Introduzione - Ventimiglia e gli 8 Luoghi

CAPITANATO DI VENTIMIGLIA = LE "VILLE ORIENTALI":
BORDIGHERA, BORGHETTO S.NICOLO’, CAMPOROSSO, SOLDANO, SAN BIAGIO, SASSO, VALLEBONA, VALLECROSIA NELLA “MAGNIFICA COMUNITA’ DEGLI OTTO LUOGHI”

***********
- CLICCA INVECE QUI PER APPROFONDIRE ED ANALIZZARE TUTTA LA DOCUMENTAZIONE ICONOGRAFICA, NOTARILE, LEGALE, GIURISDIZIONALE SULLA -
***********MAGNIFICA COMUNITA' DEGLI OTTO LUOGHI***********

 

Una data da cui si possono calcolare i rapporti tra Ventimiglia e le sue dipendenze rurali o “ville” è l’8 giugno 1251: dopo periodi di lotte, Fulco Curlo e Ardizzone De Giudici si recarono a Genova, dal Podestà Menabò Torricella per stipulare le convenzioni che sancirono la fine dell’autonomia del Comune intemelio ormai sottomesso a
Genova.



Tali convenzioni furono ammorbidite nel 1396 quando Genova, per compensare Ventimiglia d’aver resistito ad un tentativo dei Grimaldi di Monaco di assoggettarne il territorio a vantaggio dei Savoia, le concesse grazie particolari e un riconoscimento di “genovesità” ai suoi cittadini. Tenuto conto che Ventimiglia e distretto (che per la costa si stendeva da “S.Remo al torrente Garavano presso Mentone”) erano giuridicamente un’unità, è giusto precisare la diversa distribuzione sociale del patrimonio demografico. L’amministrazione del “distretto” (poi “Capitanato”) rimase nelle mani degli “urbani”, distinti in nobili e popolani: i “villani”, non servi ma affittuari delle varie località rurali del contado, ebbero scarso peso politico. Questi abitanti - agricoltori delle “ville” intemelie erano assoggettati a tali vincoli verso i proprietari-signori (come i Giudice di Vallecrosia od un clero secolare ricco di previlegi) da non poter reagire contro le ingiustizie se non per via di casuali insurrezioni.
La storia delle “ville” (Camporosso, Vallecrosia, S.Biagio, Soldano, Borghetto S.Nicolò, Vallebona, Sasso, Bordighera) procedette di pari passo con quella di Ventimiglia, seguendo le vicende di Genova: così le “ville”, di volta in volta, furono sottomesse ai Sovrani di Francia (1395-1410), poi al Duca di Milano Filippo Maria Visconti (1421-’27) e poi alla Signoria del genovese Carlo Lomellino “infeudato” dai Visconti del distretto intemelio (1427-’35). Dopo un caotico sussegursi di Dominanti, cui Genova affidava le sue sorti, e dopo la supremazia milanese degli Sforza (1469-99) il “Genovesato” pervenne nel 1499 al re francese Luigi XII: solo dal 1513 la Repubblica, tornata autonoma, riprese il controllo dei suoi territori. Genova, per realizzare tale operazione e comporre le faide interne che la dissanguavano, si era però indebitata coll’organismo bancario che da essa estendeva per l’Italia e l’Europa i suoi interessi: l’Ufficio o Compere del Banco di S.Giorgio. Così, onde pagare i debiti maturati per tante guerre, al Banco di S.Giorgio venne affidata l’amministrazione del Capitanato intemelio: i “Protettori”, o massime autorità del Banco, non furono abili nel governo di un territorio che politicamente era di Genova e che, per “contratto”, a Genova sarebbe ritornato.
Peggiorarono dal XVI secolo i rapporti fra Ventimiglia e le sue ville: la città, per le convenzioni con Genova, poteva aumentare la pressione fiscale a danno delle sue dipendenze. Ventimiglia e “ville”, oltre che a costituire un “Capitanato” costituivano una sola cosa sotto il profilo giuridico e fiscale: ma il Parlamento intemelio, che deliberava in materia di amministrazione locale coi due terzi dei voti disponibili spettandone solo un terzo ai “villani”, cercava sempre, grazie a questa maggioranza, di previlegiare le esigenze della città a svantaggio delle dipendenze agricole (quei due terzi di voti erano peraltro controllati dalla nobiltà locale, dal clero e da una miriade di asserviti e clienti). Con questo strumento “legiferante” Ventimiglia quindi inaspriva in modo legittimo imposte di vario genere (le “gabelle”) sui prodotti di molteplice tipo, come olio, vino, ortaggi, noci, bestiame e pescato che erano produzione quasi esclusiva delle ville (il pescato in vero stava diventando quasi esclusiva attività degli abitanti di Bordighera): per l’incremento vistoso di queste tasse, oltre che per l’obbligo di vendere i prodotti “calmierati” (cioè a prezzo “scontato” prima “in pubblica piazza” di Ventimiglia che “a prezzo libero” sugli altri mercati rivieraschi) nelle ville, verso il 1508, scoppiarono dei tumulti, pacificati con una composizione transitoria nel 1509 [peraltro nel 1502 il Parlamento intemelio era già riuscito ad imporre il nuovo trattato della gabella dei pesci col quale si imponeva che anche il pescato dovesse esser venduto a prezzi controllati in “chiappa di città” (Ventimiglia)].
Quando il Capitanato intemelio dalla gestione del Banco di S. Giorgio rientrò fra possessi della Repubblica (1562) era in condizioni precarie, presto aggravate da tragici eventi. Nel 1579-’80 evitò la peste che decimava il Dominio di Genova ma non la miseria che fu conseguenza della crisi sociale ed epidemica> del resto la popolazione delle ville (che pure pagava le tasse per il servizio sanitario) era trascurato dai “medici pubblici”: il “Parlamento intemelio” retribuiva di fatto una sorta di “medico condotto” per la città e le ville ma chi ricopriva tal carica, col tacito assenso dei ceti dirigenti, in genere si rifiutava di andare “nelle ville”, mandandovi piuttosto dei “barberii”, cioè degli “infermieri di bassa chirurgia, esperti solo a cavar denti o sangue od a praticare piccole operazioni”: i villani, se volevano un medico vero per curare i loro cari, soprattutto i bambini, se lo dovevano pagare di tasca propria e chi poteva, anche a costo del “contrabbando” e magari di far qualche delazione, pur di salvare sè e la propria famiglia non mancava di trafficare colla vendita “illegale” del pescato o con altri traffici poco leciti.
Fausto Amalberti (Ventimiglia la Nuova, Ventimiglia-Pinerolo, 1985) ha riesumato, nel contesto di questa precaria situazione generale dei ceti meno abbienti, la tragica storia della ricostruzione di Portovecchio in Corsica (nominata Ventimiglia la Nuova) ad opera d’un gruppo di famiglie “ventimigliesi” che, col consenso di Genova, emigrarono in quel centro insulare, lo riedificarono e brevemente vi sopravvissero dal 1578: si apprende che molteplici calamità avevano colpito il Ponente di Liguria e il territorio di Ventimiglia e ville. La gente, prostrata da carestie, scelse spesso l’ emigrazione ed in ciò rientra l’impresa di Pietro Massa e Giacomo Palmero che, ottenuta licenza dall'"Ufficio di Corsica ", condussero nell’abbandonato centro di Portovecchio una colonia di 150 capi di casa "con loro massate, originari della riviera di ponente, per i due terzi sudditi di loro Signorie Illustrissime, i quali avendo con difficoltà il vivere in casa loro" sarebbero stati disposti a tutto, anche a sopportare i pericoli dei pirati turcheschi che già avevano desolato la base genovese di Portovecchio. In effetti 87 famiglie di Ventimiglia, 7 di Vallecrosia, 4 di Airole e Borghetto, 10 di Vallebona, 8 di Camporosso, 7 di Vallecrosia, 4 di Soldano e 3 di S.Biagio (oltre ad 11 famiglie non ascritte a località della Repubblica) rischiarono un duro viaggio, le fatiche di una ricostruzione, le difficoltà di un luogo non sicuro né salubre. Proprio il fatto che parecchi emigranti fossero artigiani, commercianti o piccoli proprietari è prova del tracollo economico, ambientale, commerciale ed anche socio-istituzionale del “Capitanato intemelio”: è soprattutto testimonianza del collasso della piccola borghesia, costretta a svendere e liquidare, di fronte alla paralisi pubblica di una Ventimiglia indebolita da eventi reali (come un terremoto di metà XVI secolo) e dall’incapacità governativa del Parlamento. L’onomastica degli emigranti rimanda a residenti dei quartieri della città per tradizione sede di piccoli imprenditori ed artigiani colpiti nelle loro strutture operative per i danni subiti, la mancanza di risarcimenti ed crescenti oneri fiscali. Il territorio intemelio, che versava alla “Camera” di Genova un gettito fiscale di 3000 e poi 5000 “lire di genovini”, fu quindi obbligato, su decreto del “Magistrato delle Galere”, a contribuire all’armamento della flotta da guerra, nonostante la previsione di spese straordinarie per la “costruzione di un ponte e di un forte alla marinara a guardia delle ville di detta città” (il Torrione di Vallecrosia, armato d’una batteria di cannoni). Ancora nel 1609 (13 luglio) il Sindaco intemelio Gio.Francesco Porro indirizzò al Senato di Genova una petizione contro l’assegnazione del “Magistrato dell’Arsenale” (con l’ingiunzione del “Capitano intemelio”) di nuovi oneri fiscali per il mantenimento di salariati “buonavoglia” o “remari” sulle navi da guerra. Su riconoscimento dei “Supremi Sindicatori” (sorta di “Revisori dei conti dello Stato”) il Senato riconobbe la giustezza di quella petizione e quanto fosse impoverito il territorio intemelio: al locale “Capitano” (o rappresentante di Genova in Ventimiglia) fu scritto in risposta “non darete agli agenti di codesta comunità molestia alcuna”. Nel 1622, alla vigilia della guerra di Genova col Piemonte, i sudditi intemeli erano arruolati in qualità di soldati locali (“militi villani” di guardia alle postazioni di frontiera ed alle cinte murarie del capoluogo) e protestavano per il regime militaresco e subordinato in cui dovevano sopravvivere: "La città di Ventimiglia ed abitatori di essa hanno per conto delle loro milizie il solito Colonnello che da Vostre Signorie Serenissime vien deputato, al quale ubbidiscono con ogni prontezza in tutto ciò possa concernere per servizio pubblico e disciplina militare. E’ vero che, pretendendo il Colonnello di fare la rassegna dei Cittadini, cosa che non si costuma nelle altre città del Dominio di Vostre Signorie Illustrissime, non vorrebbero essi essi cittadini che, per non cedere ad alcuno di fedeltà ed ubidiedenza, aver questo disvantaggio, posciaché quanto alla disciplina militare ben si sa che essi fanno tutte le funzioni ed avendo più obblighi e carichi e per la sanità e per il castello e per le guardie notturne e diurne di quello che abbino li altri Cittadini d’altre città del Dominio di Vostre Signorie Illustrissime, aggiungendosi a questo l’obbligo di assistere alla fabbrica del Ponte vorrebbero a tal risegna esser fatti esenti " (“Petizione” dei Sindaci di Ventimiglia: si allude ai restauri di edifici pubblici, ai lavori manuali prestati dai popolari e villani per la costruzione del ponte cinquecentesco sul Roia, alla necessità di tener pulita per evitare epidemie la vasta palude che ormai congiungeva per la piana intermedia i mal arginati Roia e Nervia). Queste sparse osservazioni sono prove di una diffusa sofferenza generale: quei “militi” appartenevano in gran parte alle “ville” di Ventimiglia. Nel 1625 solo questi “militi villani” ebbero il coraggio di opporsi all’invasore Carlo Emanuele I di Savoia e la loro ira si scatenò sia contro i vili comandanti delle poche truppe di Genova (pronti ad una rapida fuga) sia contro i Nobili o “Magnifici di Piazza” (il sestiere della Cattedrale, sede dei ceti abbienti) subito disposti ad una resa anche disonorevole: fortunatamente il buon Vescovo Gandolfo pacificò gli animi inaspriti dei “villani” che s’erano riversati a centinaia nella città, depredando ogni cosa (grazie al concorso del Prelato la Repubblica sarebbe riuscita, il 14 settembre, ma con l’aiuto della Spagna, a riprendere Ventimiglia e le sue “ville”, giungendo poi ad una pace col Piemonte nel 1634).
Verso la fine del XVII secolo, nell’ambito di un ulteriore conflitto tra Genova e Amedeo I di Savoia, i terreni di Camporosso, la villa agricola più importante, furono devastati dalle truppe genovesi del Comandante Prato. Gli abitanti, concluse le operazioni belliche, chiesero un indennizzo dei danni al Parlamento intemelio ma, restando privi di soddisfazione, si appellarono alle Autorità genovesi in data 14 dicembre 1682 (risultano introvabili le similari suppliche che le altre ville inoltrarono contestualmente al Senato di Genova> B.DURANTE-F.POGGI, Storia della Magnifica Comunità degli Otto Luoghi, Bordighera, 1986, pp. 283 e seguenti). Rispondendo alle petizioni dei villani, la Repubblica di Genova (timorosa di una loro defezione a vantaggio del nemico storico, il Piemonte) emise, l’11 febbraio 1683, un decreto senatoriale per la separazione delle ville da Ventimiglia rispetto all’ “economico”: in poche parole, ferma restando l’unità giurisdizionale e politica di Ventimiglia e ville nel “Capitanato intemelio”, si concedeva un’autonomia socio-economica e fiscale ai borghi rurali di modo che gli introiti di tasse e gabelle potessero andare a vantaggio esclusivo delle varie comunità rurali: per regolamentare la questione il Senato ingiunse che, al fine del processo di divisione, si redigessero dei Capitoli per la verifica dei reciproci carichi, obblighi ed introiti.
L' 1/ 2/ 1686 a GENOVA si comprovarono i Capitoli per le operazioni di divisione, con riferimento alla separazione economica per territori, stante onesta valutazione.
Il 21-IV-1686, a Bordighera (nell' Oratorio di S. Bartolomeo) i deputati delle Ville stesero un DOCUMENTO che costituisce davveri l'elemento BASILARE PER LA LORO AUTONOMIA ECONOMICA:
si trattava di un atto -la SEPARAZIONE PER L'ECONOMICO DELLE VILLE DA VENTIMIGLIA E LA LORO ISTITUZIONE IN "MAGNIFICA COMUNITA' DEGLI OTTO LUOGHI" - per secoli introvabile, sin alla sua scoperta negli anni '80 di questo secolo ad opera del ricercatore d'archivio ed appassionato di storia locale Ferruccio Poggi, nel quale alla SANZIONE DI SEPARAZIONE, seguono i primi e fondamentali CAPITOLI che costituirono l'ossatura su cui, fatte salve alcune necessarie revisioni, in sostanza si governò per oltre un secolo, con autentico spirito democratico e di mutua collaborazione, la MAGNIFICA COMUNITA' DEGLI OTTO LUOGHI.
Tra '600 e '700 vennero poi gradualmente redatti tutti i documenti necessari per ratificare quel Grandioso processo di separazione economica per cui le antiche ville del contado orientale pur continuando ad essere politicamente ascritte al CAPITANATO DI VENTIMIGLIA e tramite questo connesse al DOMINIO DELLA SERENISSIMA REPUBBLICA DI GENOVA, potevano usare di una totale autonomia economica, sì da sfruttare per le proprie esigenze l' annuale gettito fiscale.
Nel complesso di tante norme e statuti scritti per le esigenze della MAGNIFICA COMUNITA' DEGLI OTTO LUOGHI son da citare per importanza assoluta, coi più tardi e rivisti CAPITOLI DEL BUON GOVERNO, i CAPITOLI CRIMINALI o NORMATIVA (qui commentata) per dirimere le CAUSE MINORI [alias PICCOLA CRIMINALITA'] insorte nella Comunità [per i delitti gravi tutte i residenti delle località del DOMINIO GENOVESE e quindi tanto Ventimiglia che gli Otto Luoghi erano soggetti agli Statuti civili ed agli STATUTI CRIMINALI].
Il valore di questa documentazione consiste nella possibilità di far notare la varietà della normativa giuridica genovese dell'età intermedia, volta a separare la discussione delle CAUSE GRAVI da quelle di PICCOLA E MEDIA ENTITA': con la possibilità tuttavia -secondo i dettati di uno SPECIFICO COMMA- che un recidivo venisse alla fine surrogato dall' elenco dei PICCOLI CRIMINALI LOCALI per essere ascritto a quello dei GRANDI CRIMINALI o CRIMINALI DI RILEVANZA NAZIONALE.
Importante normativa, all'interno della MAGNIFICA COMUNITA' DEGLI OTTO LUOGHI, normativa che integrava tutti i regolamenti necessari per l'amministrazione della comunità, erano poi i capitoli stesi per la salvaguardia dell'ambiente e più specificatamente delle risorse tipiche di una società rurale dell'età intermedia: per linea comparativa tutta questa documentazione, che fu già proposta in un volume, costituisce una testimonianza straordinaria per la conoscenza della cultura rurale dell'età intermedia.
Assieme agli ORDINAMENTI CRIMINALI, per quanto concerne la COMUNITA' DEGLI OTTO LUOGHI, si ricordano -e sono in primo luogo importanti da esaminare per lo straordinario bagaglio di informazioni che portano sulla REGOLAMENTAZIONE DELLA VITA SOCIO-ECONOMICA DI UNA SOCIETA' AGRICOLA FRA XVII E XIX SECOLO- i CAPITOLI PER LA SALVAGUARDIA DEL MONTENERO [che era una COMUNAGLIA cioè un BOSCO COMUNE e quindi fiscale: le comunità se ne servivano come di un bene pubblico, ne vendevano il legname, ne gestivano la fruizione sempre a favore della comunità] ed ancora il REGOLAMENTO CAMPESTRE DEGLI OTTO LUOGHI.
Nella società rivierasca ponentina tra XV e XVIII sec., una società strettamente legata per vari scopi alla fruizione del legname e comunque alla salvaguardia delle coltivazioni, una cura particolare era data alla prevenzione degli INCENDI e alla lotta contro gli stessi, utilizzando ogni sistema, anche al trasporto dell'acqua su primordiali carri cisterna, efficaci pur se non all'avanguardia come la MACCHINA DI TRADIZIONE CENTROEUROPEA che fu elaborata in questo stesso periodo.
Le pene contro i PIROMANI erano peraltro molto severe come dettano le informazioni date in materia al BRACCIO SECOLARE e soprattutto il contenuto dell'ARTICOLO DEGLI STATUTI CRIMINALI DI GENOVA DEL 1556.
A seconda del dolo e delle conseguenze penali si poteva passare da una pur severa ammenda alla PENA DEL CARCERE alla ben più temuta condanna all'ESILIO -per cui si era proscritti dalla Stato e tornando nascostamente in patria si poteva essere lecitamente uccisi dai CACCIATORI DI TAGLIE- alla "PENA DELLA GALEA" venendo cioè "incatenati" come GALEOTTI -per un tempo variabile di anni (da uno sin alla reclusione a vita)- sulle GALEE DI CATENA DELLO STATO.
Nulla toglie che in casi estremi si potesse comminare il SUPPLIZIO ESTREMO -nella Repubblica di GENOVA caratterizzato soprattutto ma non solo dall'IMPICCAGIONE LENTA-: un pò per superstizione e tradizione culturale e parecchio per convenienza poliziesca e qual macchina di dissuasione -in quei particolari ma non frequenti "momenti storici" caratterizzati da un incrudelimento della giustizia o da qualche sporadico ritorno pseudoreligioso di "CACCIA ALLE STREGHE"- gli INCENDIARI correvano pure il rischio tremendo di esser inquadrati nel panorama dei CRIMINALI DEL PARANORMALE quali PERPETRATORI DI MALEFICIO INCENDIARIO.
Vista inoltre la crescente importanza commerciale, alimentare e sanitaria dellAGRUMICOLTURA (dato che il clima favorevole agovolava la coltivazione di cedri, aranci e limoni) negli anni le ville si dotarono anche di una normativa (o CAPITOLI) idonea a regolare sin nei minimi particolari la cultura degli agrumi e l'attività mercantile loro connessa che, via via, assunse per l'economia locale un ruolo importantissimo].
In base all'ATTO DI FONDAZIONE le ville avrebbero costituito una Comunità, una sorta di "democratica confederazione", la cui amministrazione (il cui fine doveva risiedere in un'oculata ed equanime distribuzione del gettito fiscale per le esigenze diverse delle diverse località) risiedeva nell'autorità di un PARLAMENTO composto di membri di provata onestà della Comunità stessa, con ampi poteri in materia economico-fiscale locale> il PARLAMENTO non aveva peraltro una sede fissa ma si radunava, secondo un processo cronologico ben preciso di rotazione, nelle sedi delle ville principali, di modo che per consuetudini e carisma alla fine la villa sede dell'edificio del PARLAMENTO non potesse come Ventimiglia influenzare o variamente lusingare, corrompere od asservire i "parlamentari" meno decisi delle altre località.
Le PROCEDURE DI DIVISIONE si protrassero sin al 1696 e continuaronono nel XVIII sec. per proteste di Ventimiglia la cui situazione degradava a vantaggio delle ville: comunque, alla fine, si tracciarono nuove linee confinarie tra le amministrazioni, fissando pietre di limite a disegno cruciforme (quelle che Ugo Foscolo durante un suo soggiorno ventimigliese, lugubremente, interpretò essere delle tombe sparse sui monti): una prova dei cippi di confine degli "Otto Luoghi" si vede sul Monte Nero di Bordighera (le pietre portano da un lato la sigla 8L [Otto Luoghi] e dall'altra la sigla S [Seborga] e SR [Sanremo].
Le procedure di divisione si protrassero (soprattutto per la delineazione dei confini fra capoluogo e ville) sin al 1696 e continuarono nel XVIII secolo, specie per le proteste avanzate da Ventimiglia la cui situazione socio-economica andava degradando a vantaggio di quella delle ville che invece presero a fiorire. In particolare Bordighera, esente da obblighi fiscali connessi un tempo ai doveri sul “pescato” e sulla “marineria” verso Ventimiglia, migliorò la propria situazione socio-economica e risentì di incremento demografico. Anche Camporosso risentì favorevolmente di questa nuova situazione, tuttavia i progressi di Bordighera (il cui porto traeva vantaggi dallo sfruttamento dei commerci oltre che dall’attività di pescatori e “coralatori”) si evidenziarono in maniera più evidente rispetto a quelli delle altre località (compresa la pur ricca Camporosso). Le ville meno fortunate, come Soldano e Sasso, presero a sospettare che Bordighera, mentre cresceva a dismisura, diventasse una novella Ventimiglia, una villa “matrigna” desiderosa di egemonizzare il Parlamento comunitario delle ville. Un momento di attrito tra gli otto borghi si verificò tra 1773 e 1787 quando si sparse la voce di “Incursioni dei Turchi” come si legge tuttora nell’Archivio Comunale di Bordighera, “Atti consulari 1759-1797. I Bordigotti ottennero da Genova che si sistemassero “Per la difesa dei bastimenti nazionali” due cannoni sul Capo della Ruota e due sul Capo S.Ampelio. I Vallecrosini in particolare (ma anche gli abitanti delle altre ville) avrebbero dovuto contribuire alle spese di mantenimento ma, non sentendosi protetti da quelle lontane batterie, si appellarono alla Repubblica per rifiutare un onere di spese che sarebbe andato, secondo loro, a vantaggio di Bordighera. Di fronte all’idea di una Bordighera assimilata al rango di “novella rapace Ventimiglia” si giunse a ventilare l’idea di una nuova separazione, che escludesse la “città delle palme” : molte furono le discussioni, le petizioni, gli scritti pubblicati o pronunciati nel Parlamento della Comunità. La situazione si fece incandescente ma i deputati delle ville, che si apprestavano a darsi battaglia, furono arrestati sulla soglia di colossali trasformazioni che presto avrebbero trasformato la Francia e l’Europa tutta, quei fermenti rivoluzionari che avrebbero cancellato la Repubblica di Genova e le sue molteplici istituzioni, compreso il secolare “Capitanato di Ventimiglia”. Così l’esperimento della “Magnifica Comunità degli Otto Luoghi”, durato come si vede poco più di un secolo (vedi anche B.DURANTE-F.POGGI-E.TRIPODI, I “graffiti” della storia: Vallecrosia e il suo retroterra, Vallecrosia-Pinerolo, 1984, p.178, nota 10) finì coll’istituzione della “Rivoluzionaria Repubblica Ligure del 1797” restando tuttavia nella memoria di tutti come un piccolo, tormentato ma importante documento di antica democrazia rurale.

----------------------------------------------

I testi di questa pagina sono stati prelevati dal nostro sito gemello di approfondimento "CulturaBarocca" e ne è vietata la copia. Si precisa inoltre in particolare che questo lavoro non è a scopo commerciale ma di divulgazione culturale e per uso documentario

Follow us on Twitter