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Storia
DIFFUSIONE DEL CRISTIANESIMO IN TERRITORIO INTEMELIO E NELL'ESTREMO PONENTE DI LIGURIA: DAI PRIMORDI ALLO SVILUPPO DIOCESANO
Dal V sec. una Chiesa, sempre più collaboratrice dello Stato, iniziò ad assimilarne parecchie funzioni pubbliche sin a proporsi come interlocutrice nella soluzione dei quesiti giurisdizionali e politici.
Si è sostenuta l'esistenza di una PALEOCRISTIANA CHIESA INTEMELIA, eretta a Nervia sul diruto teatro romano, poi trasformato in area cimiteriale per le inumazioni sui gradoni della cavea.
A tal proposito non è da dimenticare la lettera che il canonico della cattedrale intemelia Giovanni Francesco Aprosio scrisse a Girolamo Rossi il 5 agosto 1891.
Secondo il religioso, stranamente sottovalutato da un disattento Rossi, nel 1836, nell'area nervina, come detto in prossimità del teatro romano, ai tempi della sua giovinezza, prima che si alterasse il complesso viario per l'ultimazione della STRADA DELLA CORNICE, sarebbero ancora esistiti i resti di una vasta chiesa paleocristana, andata poi diruta per le devastazioni longobarde.
A suo dire il canonico avrebbe anche misurato di persona la grandezza dell'antica fabbrica, trascrivendone nel 1829 due frammenti di lapidi [che in verità sembrerebbo appartenere alle costumanze d'un'epoca molto più tarda, fatto peraltro plausibile visto che sullo stesso luogo forse fu innalzato un minore edificio cultuale]: in una di siffatte lapidi egli avrebbe letto l'iscrizione Depositis Humili Secundi loco/ Sanctis Reliquis Nervia vederat/ Augustus voluit Virginis reditus/ Tandem reddere pignora (vedi E. Viola, Culto e tradizione per il Santo Patrono di Ventimiglia San Secondo in "Rivista Ingauna e Intemelia", N.S., anni XXI-XXV, 1969 - 1970 [edita nel 1995]): a questo proposito si deve dire che, almeno per non irridere, come da qualcuno si fece (ed a torto) le considerazioni del religioso, vale la pena di scorrere una PREVISIONE DI BILANCIO DEL PARLAMENTO INTEMELIO al cui PUNTO 24 venne citata (assieme ad una CHIESA DI BEVERA) una CHIESA DI NERVIA (toponimo già all'epoca usato specificatamente per indicare l'area sita sulla riva sinistra del torrente Nervia peraltro occupata da una prebenda episcopale.
La rilevazione proposta dalla seicentesca PREVISIONE DI BILANCIO sono importanti per due motivazioni: da un lato, come detto, concorrono nel modo più esaustivo possibile a sostenere l'esistenza di una CHIESA DI NERVIA ancora nel XVII secolo, che siffatta chiesa, di spettanza della Comunità di Ventimiglia e ville, non costituisse una parrocchia ma come tempio sacro fosse verisimilmente mantenuto in buono stato o per antiche motivazioni di fede o per qualche cerimonia periodica in essa celebrata.
Il fatto che fosse affidata ad un manutentore pubblico, a salario del locale PARLAMENTO, equivale a sostenere che la preoccupazione generale consistesse nell'evitare il degrado dell'edificio: per conseguenza era come sottolinearne la valenza cultuale e pubblica.
La manutenzione di un edificio corrisponde da sempre alla sua tutela e conseguentemente ai ripari contro i danni dell'usura e del tempo; ciò parimenti non esclude che un edificio soggetto ad usura possa essere non solo ristorato per quanto concerne gli elementi portanti ma altresì per gli arredi: su questo piano di riflessioni ecco che acquistano un loro significato le lapidi indubbiamente seicentesche verisimilmente deposte in occasione di qualche cerimonia connessa col crescente culto del martire tebeo S. Secondo.
Indagini recenti, col ritrovamento, tra l'altro, di due FRAMMENTI di pluteo di influenza culturale propria dei Longobardi sembrerebbero rafforzare la descrizione dell'antico canonico Aprosio ed avvalorare l' esistenza (peraltro prudentemente avanzata dallo stesso Nino Lamboglia) di un edificio paleocristiano a Nervia di Ventimiglia: rifacimenti edili longobardi nell'area, della II metà del VII sec., confortano anche l'idea di insediamenti civili connessi ad una persistente attività portuale (al proposito è importante quanto si legge in una Comunitaria Previsione di Spesa del Cancelliere intemelio G.B.Simondi del 4-III-1616 laddove, alla rubrica 24, ove vien fatto cenno a una delibera per il pagamento degli stipendi a due manutentori delle chiese antiche di Bevera e di Nervia: in C.B.A.,"Fondo Bono",ms.1, carte 429 v-30 r, v. B.DURANTE-F.POGGI, Storia della Magnifica Comunità..., cit., pp. 164-6). Non è semplice delineare i caratteri della primigenia influenza ecclesiastica in Ventimiglia romana e nelle valli interne: in compenso risulta facile intendere che l'importanza portuale e strategico-viaria della città attrasse barbari ed imperiali, così che di volta in volta la Chiesa finì col seguire la sorte dei vincitori.
L'ipotesi che nel VII sec. esistessero due aree intemelie, quella antica e nervina per nulla abbandonata ed il più sicuro insediamento sul CAVO a ponente del fiume Roia, si può ribadire con altre ragioni ancora: una Cattedrale a Ventimiglia medioevale è stata supposta sulla base di un ritrovamento di frammento decorativo del VII sec., reimpiegato nel muro di chiusura della cripta. Le considerazioni architettoniche confermano l'idea già espressa di una occupazione longobarda più tarda rispetto a quella di Nervia, dove i frammenti di pluteo e le tracce di restauro son databili al VII secolo. Fra i manufatti reperiti nei restauri della Cattedrale comparvero sì resti di plutei, pilastrini, e lastre scolpite del VI-VII sec., ma era materiale riutilizzato, preso da altri edifici: vi si rinvennero invece un pluteo con girandole e margherite dell'VIII sec., un altro con croci gigliate (II metà dell'VIII sec.) ed un terzo con croci gigliate (stesso periodo) che sembrano rimandare all'epoca di Liutprando e dell'apertura verso il linguaggio figurativo della "bottega delle Alpi Marittime" che, dall'ultimo quarto dell'VIII sec. all'epoca carolingia, influenzerà (dopo le espressioni artistiche del monastero pedonense) la scultura nella Francia mediterranea e nella Liguria ponentina (AA.VV., La scultura a Genova e in Liguria - dalle Origini al Cinquecento, Genova, 1987, I, p. 37, 39, 40, 45, 123, 128: sono interessanti i rilevi di "S. Ponso" a Cimiez abbazia fondata da un San Siacrio, vescovo di Nizza nell' VIII sec., che attualmente sarebbe ignoto se non gli fosse stata intitolata, quale espressione di un influsso francone su un'area longobarda una vetusta chiesetta nell'alta val Nervia: H. SAPPIA, Les evéques de Nice in Nice Historique, 2, 1889, p.136.
Per trovare una data di discussione sulla topografia ecclesiale di Ventimiglia bisogna risalire ad un rogito (13-V-1260, doc. 243) del notaio G. di Amandolesio (LAURA BALLETTO, Atti rogati a Ventimiglia da Giovanni di Amandolesio dal 1258 al 1264 in Collana Storico-Archeologica della Liguria Occidentale, XXIII, Ist. Intern. di Studi Liguri-Museo Bicknell, Bordighera, 1985) secondo cui i CANONICI DELLA CATTEDRALE, organizzati potentemente nel CAPITOLO DELLA CATTEDRALE rigovernarono alcune loro proprietà, per una nuova distribuzione dei possessi terrieri o prebende colle rendite connesse.
Dal documento si apprende che i Canonici, appartenenti al popolo grasso della città se non al rango aristocratico, avevano vinta la secolare controversia che qui, come in tutta Italia, li aveva contrapposti ai potenti ordini monastici del passato (è emblematico che alla stesura dell' atto, nella Canonica della Cattedrale, fosse presente Paolo Preposito del Monastero in Bordighera di S.Ampelio dipendente dal convento benedettino di Montmajour: il cenobio bordigotto era in degrado, dopo aver raggiunto fama nell'XI sec., e le sue proprietà andavano ora a confluire nelle 2 prebende episcopali, dall'acqua del Nervia sin verso Genova, giunte al Preposito Rinaldo). Alcuni Ordini regolari stavano smobilitando parecchie case minori ed i Canonici, rispolverando antichi diritti della Cattedrale, ebbero schiusa la facoltà di assimilare possedimenti monastici, anche di S.Onorato in Lerino, suddividendoli in 8 grandi proprietà che si estendevano per la costa intemelia. Essi, onde limitare i confini prebendali, si valsero dei riferimenti topografici con chiese e strutture edili spesso costruite, come ha dimostrato l'archeologia, su impianti romani: fu il caso di S.Pietro in Camporosso, della Chiusa di Latte, di San Vincenzo ai Piani di Vallecrosia, della Chiesa della Rota tra Bordighera ed Ospedaletti: i Canonici avevano finito così per calcare col territorio diocesano la topografia costiera del municipio imperiale di Albintimilium, lasciando agli ordini monastici il controllo dell'entroterra ove gli insediamenti romani non si erano evoluti oltre la dimensioni delle Ville rustiche.
Altro testimone di indagine è S. PIETRO primitiva parrocchiale di Camporosso, ora cimiteriale: l'abside ed il campanile sono dell'XI sec. ma l'edificio poggia su una chiesetta più antica, individuata coi restauri del 1967-69, che era ad una navata. Per quanto si ricava da rogiti notarili questa chiesa, nel XIII sec., dava nome alla più importante contrada di Camporosso e già da 2 secoli presiedeva ad un'area cimiteriale. Per la sua realizzazione furono usati blocchi sagomati di pietra della Turbia, usati pei migliori edifici di Ventimiglia romana: altri blocchi di simile pietra son sparsi nelle vicinanze, impiegati nei muri e persino in piazza del paese come sedili pubblici. Su un'area di 500 m. dalla chiesa sono stati segnalati 167 frammenti di presunto materiale edile della Turbia.
Dei 72 visti e identificati in base alle dimensioni della parte visibile, 22 superano la misura del metro, 13 hanno dimensione fra il metro ed i 50 cm. mentre i restanti 37 sono di misura inferiore ai 50 cm. (solo 7 denotano lavorazione a solco o cornice). Distribuzione e concentrazione degradano procedendo dal nucleo di S.Pietro (dai 180 ai 200 m. si trovano frammenti riutilizzati nei muri più antichi): questo induce a credere che ad un'implosione del corpo ecclesiale verso il V-VI (quasi di sicuro una demolizione, come nei pressi di S.Rocco-S.Vincenzo ai Piani di Vallecrosia, ove nello spazio della chiesetta vi sono reperti d'un edificio imperiale più grande) sia seguita fra VI-VII e XI sec. un'espansione, per cui i blocchi maggiori, difficilmente trasportabili, furon usati in loco a differenza dei frammenti minori reimpiegati in complessi murari più lontani. Vista la quantità del materiale è impensabile, come nel caso dell'edificio vallecrosino, che il materiale sia stato portato dai ruderi della città romana : la precarietà dei trasporti, del tragitto e dei mezzi disponibili tra VI-VIII sec. nega questa ipotesi nè altera tale giudizio un'eventuale postdatazione, al IX e XI sec., quando la sabbia eolica aveva ormai coperti gli edifici romani di costa. Diversi studiosi, tenendo conto di altri ritrovamenti nelle vicinanze di S.Pietro (frammenti di tegole romane, reperti di un'anfora greco-marsigliese del IV sec.a.C. nel vallone-lato Nord della cinta muraria cimiteriale), hanno elaborata la teoria che esistesse un insediamento ligure e poi romano nella zona, idonea alla vita di relazione> Per confortare l'idea fu utile l'analisi della minore chiesa vicina di S.Andrea, a 420 metri circa in linea d'aria da S.Pietro, nei cui pressi parimenti si son trovati documenti di romanità.
Questo sito fu un nodo viario da cui procedevano itinerari su Ventimiglia romana ed una trasversale, verso la val Roia: al riguardo ha rilievo un testamento del 5-XII-1260 (di Amand. doc. 324) per cui Anfosso Rainerio di Camporosso, volendo esser sepolto presso S.Pietro di Camporosso, lasciò una somma per la manutenzione del ponte di legno sul Roia da tenersi ad opera della Confraternita del ponte (fatto che si riscontra in altri lasciti, anche per la Confraternita del ponte in legno sul Nervia"). Costui ordinò poi di pagare 4 lire ad un viaggiatore che per lui, da S.Pietro, andasse a pregare nel "Santuario iberico di S.Giacomo di Compostella" (fatto consueto pei mercanti pedemontani che commissionavano, a mercenari delle preghiere, di procedere per loro verso le Chiese spagnole) e lasciò 56 soldi per curare e vestire "i poveri e gli stanchi pellegrini in Terrasanta" (il documento risulta significativo in quanto ribadisce l'importanza viaria del territorio di Ventimiglia, della val Nervia e delle loro chiese coi relativi ospizi).
L' edificio romanico di S.GIORGIO in Dolceacqua integra ed in un certo qual modo amplifica le riflessioni sullo sviluppo dei movimenti religiosi in valle del Nervia, sviluppo visto anche in rapporto con una precedente vicenda di insediamenti romano-imperiali e di un vasto programma cattolico-romano di sovrapposizioni cultuali. Nel XIII secolo la chiesa era officiata da un collegio di Canonici: si trattava quindi di una chiesa importante, retta da un capitolo collegiale, che nelle chiese non cattedrali esercitava in modo solenne il servizio divino. Presso l'Archivio di Stato di Genova (notai ignoti, filza IV) esiste un documento del 28-IX-1296 secondo cui il canonico Jacopo Manfredo "coadiutore" dichiarava di esser rimasto unico reggente di S.Giorgio per la morte di Ottone "presbitero" (ecclesiastico del secondo grado gerarchico, fra diacono e vescovo, dell'ordine cattolico) e "preposito" (in senso generico "superiore di una comunità" ed in senso stretto "priore claustrale di una abbazia benedettina").
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