1348 - 1349: La grande Peste ...e un episodio altamente drammatico = l'"apocalisse" tra Ventimiglia e Dolceacqua

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PESTEAA proposito della prima, ma non unica epidemia di
PESTE BUBBONICA O MORTE NERA (CLICCA QUI PER LEGGERE IL SOTTOSTANTE ARTICOLO CON COLLEGAMENTI E CORREDO ICONOGRAFICO) del 1347-1348 (nel '49 a differenza che per il Piemonte non era più attestata nel Ponente ligure) la mancanza di drammatiche relazioni su documenti originali fu dovuta al fatto che le autorità, fra incomprensione e paura, non vollero sollevare il panico sulle popolazioni già depresse da gravi eventi ambientali e bellici.
Tra le varie periodiche calamità naturali che precedettero la peste bubbonica, si menziona [dati recuperati dalla Storia di Ventimiglia di Girolamo Rossi] nel 1230 una siccità di otto mesi che rovinò i raccolti e fu causa di grave carestia: si sparse la voce, data la visione apocalittica preannunciata da tali eventi che responsabili della diffusione della malattia della peste nera potessero anche essere stati gli Ebrei al punto che per evitare loro persecuzioni e massacri dovette intervenire con una sua questa sua Bolla Papa Clemente VI. Nel 1330 si ebbero quindi piogge e alluvioni sì che molti campi furono spazzati via dalle inondazioni e le sementi andarono disperse. Nel 1339 sopraggiunse un'invasione di locuste, probabilmente giunte dalle coste africane sulla scia di una stagione ventosa. Un certo recupero pareva avvenire se di colpo le piogge del 1345-6 non avessero aggravata la situazione.
Poco prima della peste del 1348, secondo documenti letti sempre da G. Rossi, si sarebbe manifestato per queste contrade un indecifrabile morbo epidemico che dapprima colpì i gallinacei per poi falcidiare i bambini piccoli ed i lattanti. Esistono dati insufficienti per stabilire la correlazione dell'epidemia, forse generata da un morbo aviare trasmissibile all' uomo.
La PESTE DEL 1348 doveva esser stata terribile se dopo dieci anni ancora gran parte del territorio agricolo intemelio era in crisi: secondo alcuni interpreti il morbo sarebbe stato introdotto dalla Provenza mentre altri, tenendo conto dei commerci centralizzati sul porto canale di Nervia, ipotizzano un contagio portato, come nel caso di Marsiglia, da qualche nave genovese, sì da sostenere con qualche fondamento, che il Male sia risalito per le vie del Sale e la Strada del Nervia fin nel Basso Piemonte dove peraltro si manifestò un anno più tardi che nel resto d'Italia, verso il pieno '49.
Dal MARTIROLOGIO trecentesco, che il Rossi scoprì nella cattedrale ventimigliese, si apprende che l' epidemia dapprima era giunta nella valle (1347) e successivamente in Ventimiglia (20 aprile 1348) e quindi nelle sue ville, dove si sarebbe conclusa un anno dopo (1349) rispetto a Dolceacqua, Pigna ed altri borghi: in assenza di barriere sanitarie la diffusione del morbo procedeva quindi sulle linee commerciali e questa anticipazione di contagio in val Nervia sembrerebbe da collegare all'intensità di commercianti da terre lontane che vi giungevano, in numero superiore che a Ventimiglia città murata, procedendo per la via di sublitorale o risalendovi dopo esser giunti per mare all'approdo di Nervia.
Negli agri vallivi, a differenza che nella mercantile Ventimiglia e nell'area marinara di Bordighera, si viveva soprattutto di agricoltura (vedi indici) e di zootecnia (vedi indici); le terre inaridirono presto perché la popolazione temeva, lavorandole, di esporsi al contagio: divennero deserte anche le bandite dei pastori, si arrestò la transumanza, molti animali rimasti senza cure o morirono o, fuggendo, ritornarono allo stato selvatico.

La peste a Dolceacqua dovette peraltro avere esiti particolarmente terrificanti: Girolamo Rossi pubblicò nel testo originale latino (Storia del Marchesato....cit, doc. XXI, originale pergamenaceo conservato in Archivio Comunale di Dolceacqua) l' unico documento davvero importante sulla peste in val Nervia: era una "Sentenza arbitrale tra Ruffino vescovo intemelio, i canonici della cattedrale e la comunità di Dolceacqua" (25 settembre 1358) motivata dalla risoluzione di controversie fiscali (il Vescovo non percepiva da anni il censo o DECIME dovute dalla comunità alla Cattedrale ed aveva INTERDETTO dal culto abitanti di Dolceacqua: questi al contrario adducevano l'impossibilità di corrispondere il dovuto per la gravissima situazione socioeconomca che persisteva ancora 10 anni dopo la fine dell' epidemia).
Il notaio Vivaldo Rubia, nel palazzo episcopale di Ventimiglia, alla presenza del Vescovo, dei Sindaci e Procuratori di Dolceacqua oltre che di testimoni di rango, redasse dopo il vespro la conclusione pacifica della vertenza.
Per descrivere la grave situazione del borgo egli annotò "...dal giorno della mortalità portata dalla peste, che devastò grandemente le terre tutte del mondo ed in particolare i luoghi di Dolceacqua nell' intiero anno 1348.....ed anche a riguardo delle guerre e delle liti che, durante il persistere della controversia (col Vescovo), sorsero tra detti uomini di Dolceacqua sì da favorire il nemici che fomentava le discordie, di modo che detti uomini diminuirono in numero ed in beni, poiché a ragione della loro miseria e povertà non furono in grado di versare il reddito dovuto (al Vescovo) né possono versarlo ora e tantomeno potranno in futuro pagare i menzionati seicento quartini di frumento, mentre gli stessi uomini di Dolceacqua, per la miseria e la mancanza di gente nei campi e per l'aridità delle terre che coltivano, le quali peraltro danno pochi frutti se non e spesso alcun frutto, a malapena sono in grado di sostenere se stessi ed il vitto dei congiunti...".
Non esiste la necessità di commentare questo quadro disastroso di MORBO e CARESTIA: lo stesso Vescovo di fronte ad inoppugnabili testimonianze dovette ridimensionare la pretesa di decime che da secoli la sua chiesa raccoglieva nel territorio dolceacquino.
Egli rinunciò ad esigere il frumento di produzione locale (300 mine) ed accettò il pagamento delle decime secondo un nuovo canone, per cui ad ogni "mina" venne dato il valore di un fiorino d' oro.
Concordate le parti in Dolceacqua fu salvato il patrimonio delle sementi (dato il rincaro del grano conveniva versare denaro liquido secondo il valore teorico che il prodotto aveva prima della pestilenza): gli abitanti del borgo poterono così rientrare nella Cristianità, essendo stato tolto l'INTERDETTO, sì da cominciare a rivivere i sacramenti e l'ordinaria vita socio-comunitaria degli Ordinamenti ecclesiastici.
I Francescani acquisirono grandi meriti pei soccorsi portati alle popolazioni derelitte sia di Ventimiglia che dei centri rurali delle ville come dell'entroterra e vennero presto gratificati di gran seguito e varie donazioni: il Rossi sostenne al riguardo che grazie a ciò essi avrebbero potuto erigere in Ventimiglia una più ampia casa conventuale (Storia della città di Ventimiglia..., p. 459) anche se a parere di ricercatori più moderni si va sostenendo che con quei donativi i Frati minori avessero semmai ristrutturata la Casa in cui già vivevano ed in cui risulterebbero ancora visibili facies di interventi architettonici di rammodernamento della II metà del XIX secolo.
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Notizie più precise riguardano la MORTE NERA o PESTE BUBBONICA di poco oltre metà '500 (la prima però -come si vede nei link dell'immagine- di un'ondata di epidemie): quella che Hecker ed Heser han dimostrato esser stata la prima manifestazione di PESTE BUBBONICA in Europa e che sarebbe stata portata dai Tartari in Crimea e successivamente dai RATTI, che infestavano le navi genovesi, nell'Occidente europeo.
Approdata a Messina la malattia si estese all' Italia (ove morì presumibilmente più di un terzo della popolazione) e quindi giunse in Francia e Provenza, donde penetrò nelle valli del Ponente ligure.
Le manifestazioni cliniche, per la CONCEZIONE che nell'epoca si aveva della MALATTIA IN RAPPORTO AD UNO STATO DELLA SCIENZA MEDICA DEPRESSO SIA DAL LATO FARMACOLOGICO CHE STRUMENTALE COME QUI SI LEGGE E SI VEDE DA STAMPE ANTICHE: specificatamente poi a riguardo di di questo "nuovo" terribile MORBO DELLA PESTE risultavano sconvolgenti agli occhi dei MEDICI del tempo, incapaci -ed ancora per secoli lo sarebbero stati attesi i citati limiti culturali e diagnostici- di qualsiasi terapia: si ricorse ai SALASSI, all'assunzione di erbe e pozioni erroneamente ritenute profilattiche , in particolare i MEDICI per non essere contagiati visitavano i malati tenendo davanti alla bocca una SPUGNA IMBEVUTA DI ACETO, espediente ritenuto, naturalmente a torto, di una qualche utilità contro le incomprensibili esalazioni pestilenziali.
Generalmente in 2 - 5 giorni sopraggiungeva in quanti eran stati contagiati, o dalle PULCI del RATTO o da individui malati per via di ectoparassiti, una febbre altissima, quasi concomitante alla comparsa di linfonodi.
La violenta reazione infiammatoria, susseguente al processo di fusione dei linfonodi, generava la formazione di un "bubbone", frequentemente localizzato in sede inguinale e capace di raggiungere la dimensione di un'arancia.
Gli appestati se per cause naturali non sopravvivevano al morbo, conseguendo poi una buona immunità, eran destinati alla morte, che giungeva dopo un periodo di gran sete e disidratazione, spesso congiunte ad uno stato stuporale o confusionale.
Le processioni, che come ovunque in Italia ed Europa caratterizzarono anche il Ponente ligure, furono un rituale religioso per nulla opportuno in quanto la concentrazione di folle favoriva il contagio.
Ma in effetti a nessuno era noto contra cosa si combattesse, se si trattasse davvero di una malattia o non piuttosto di qualche premonizione d'APOCALISSE per i peccati degli uomini od ancora dello scatenamento di forze diaboliche evocate da servi malvagi di Satana.
Convinzione meno popolare di quanto si creda e che aprì la strada, ancora molto inesplorata ma sicuramente bagnata di sangue, della CACCIA A STREGHE ED UNTORI: dai fondamentali scritti di Pietro Verri (in particolare attento a sanzionare il pericolo dei contagi determinato dalle processioni devozionali) e Alessandro Manzoni si evince finalmente tra '700 ed '800 la sostanza dei fatti e la dimensione di simile tragedia umana.


La II metà del 1300, come testimonia il calo demografico e l' abbandono di alcuni siti, fu caratterizzata da altre grandi paure che condizionarono vari atteggiamenti culturali.
Al primo posto, fra i terrori estranei ai contagi ed alla lebbra, nel medioevo e nell'età intermedia si collocava il timore delle CARESTIE e della fame.
Documento utilissimo sulla CARESTIA è una pergamena contenente una sentenza di concordato fra Imperiale Doria ed i Procuratori del Comune dolceacquino del 31-V-1364 (Storia del Marchesato...cit., p.74). Oltre a varie norme conciliatrici, che permettono di intuire come 15 anni dopo la grande peste del 1348 - '49 se ne dovessero riparare i danni ambientali, si legge che il Doria era tenuto a concedere libertà di commercio ai sudditi con la sola eccezione del tempo di carestia. Per intendere giuridicamente il concetto di carestia il notaio e cancelliere Raffaele di Casanova precisò "che si giudica carestia ogni volta che una mina di grano costa in detta terra di Dolceacqua due fiorini d'oro o più di tal prezzo".
Il Signore poteva interdire le attività commerciali solo in ragione di emergenze assolute: contestualmente si nota che Dolceacqua in tempi normali produceva beni per commercio ed autoconsumo (nel documento si ricordò la consuetudine signorile di rinchiudere nei magazzeni del castello il vino e le vettovaglie in casi di assedio o carestia: fermo restando l'obbligo, finita l'emergenza, di restituire i beni ai legittimi proprietari).
E' però dal MANOSCRITTO BOREA che si raccolgono le notizie più significative sul succedersi di CARESTIE nel Ponente di Liguria; tra le annate più perniciose, anche perché spesso la CARESTIA interagiva con CONDIZIONI CLIMATICHE ESTREMAMENTE NEGATIVE, vengono citati gli ANNI 1649, 1665, 1682, 1694, 1708, 1786, 1812.
Contestualmente potevano agire negativamente sul tessuto socio-economico e produttivo, oltre che demografico, una serie di fattori la cui rilevanza nei tempi moderni può sembrare relativa: tra le emergenze negative si possono menzionare i cataclismi ambientali (come nell'occorrenza di siccità, alluvioni o manifestazioni sismiche e/o terremoti) passaggi di truppe e soldatesche varie che saccheggiavano ogni cosa (come durante la guerra di successione al trono imperiale di metà '700) le infestazioni di animali nocivi e/o parassiti (massimamente di lupi vera calamità per animali domestici, armenti e greggi), i non rari tracolli sanitari (specie per strutturale carenza igienico sanitaria e profilattica) come in occasioni di grandi forme epidemiche (in particolare di peste e colera).
E' peraltro da menzionare che un'aggravante dello stato periodico di CARESTIA era la persistenza di molteplici forme di SUPERSTIZIONE per cui sia determinati tipi di patologie erano connessi alla CREDENZA DI FORZE DEMONIACHE come nella fattispecie di PESTE ED UNTORI sia la stessa CARESTIA era collegata all'ipotesi di ARTIFICI MAGICI, delirante credenza che in Liguria occidentale si era effettivamente sostanziata nel CASO DELLE "STREGHE DI TRIORA" (ma non ridotta a tale contesto attese altre credenze e procedure avverso streghe e maghi del ponente ligure)


 



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