L'importanza di erboristeria e fitoterapia nel passato: dall'Usnea all'Aglio ai Semplici agli Specifici delle Farmacie alle varie combinazioni con Vino e Aceto
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14 Giugno 2011
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Cultura in Pillole
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All'epoca la MALATTIA stava in rapporto con uno STATO DELLA SCIENZA MEDICA DEPRESSO SIA DAL LATO FARMACOLOGICO CHE STRUMENTALE COME QUI SI LEGGE E SI VEDE DA STAMPE ANTICHE: specificatamente poi a riguardo di di questo "nuovo" terribile MORBO DELLA PESTE risultavano sconvolgenti agli occhi dei MEDICI del tempo, incapaci -ed ancora per secoli lo sarebbero stati attesi i citati limiti culturali e diagnostici- di qualsiasi terapia: si ricorse ai SALASSI, all'assunzione di erbe e pozioni erroneamente ritenute profilattiche , in particolare i MEDICI per non essere contagiati visitavano i malati tenendo davanti alla bocca una SPUGNA IMBEVUTA DI ACETO, espediente ritenuto, naturalmente a torto, di una qualche utilità contro le incomprensibili esalazioni pestilenziali = in effetti il VINO e l'ACETO avevano grande importanza da sempre nella CONFEZIONE DEI FARMACI E DEGLI "SPECIFICI" (la cui base rimanevano come qui si vede le PIANTE MEDICAMENTOSE CON LA LORO "BASE" COSTITUITA DAI "SEMPLICI") sì da rappresentare una presenza costante in soluzioni diverse nelle SPEZIERIE E/O FARMACIE = in particolare l' ACETO prese ad affermarsi come profilattico ritenuto efficace contro i contagi tramite l'uso di un particolare "medicamento" detto "ACETO DEI SETTE (O QUATTRO) LADRI". Nel 1630 Tolosa era tormentata dalla PESTE ma "sette (o "quattro", secondo un'altra versione) ladri" continuavano a saccheggiare le case ed a depredare i cadaveri degli appestati restando immuni. I delinquenti vennero alla fine arrestati e furono interrogati. Fatto il processo vennero condannati a morte: ma il giudice conoscendo le loro prodezze e saputo che, prima di avventurarsi tra le case piene di cadaveri, si strofinavano sul corpo un unguento, chiese loro di cosa si trattasse. Secondo il francese Messegué, illustre erborista moderno (nel volume "Uomini, erbe e salute"), si sarebbe trattato dell'unguento composto da timo, lavanda, rosmarino e salvia macerati in aceto destinati a passare alla "storia" col nome di "ACETO DEI QUATTRO LADRI". E' impossibile che l'intruglio funzionasse contro la PESTE ma nel '600 ebbe comunque un forte ascendente sul popolo che lo chiamò anche ACETO DEI SETTE LADRI (un'altra variante della formula comportava l'aggiunta di ruta e canfora).
L'"ACETO DEI SETTE (O QUATTRO LADRI)" ottenne comunque una certa rinomanza e fu riutilizzato a Marsiglia quando la città, assieme a tutta la PROVENZA, fu colpita da altra epidemia: in questo caso l'aceto fu arricchito -non senza motivate ragioni- dall'uso di un'altra "regina" delle PIANTE MEDICAMENTOSE (VEDI INDICE) = vale a dire l'AGLIO.
E che la fama di tale PROFILATTICO sia stata potente, anche se non necessariamente legata al fatto di cui si è parlato, ce lo suggerisce ampiamente non a caso uno SPECIFICO ritenuto un preservativo o meglio ancora un vero e proprio antidoto alla peste (nella dilagante superstizione contro i diabolici untori di peste), secondo la tradizione susseguente alla pestilenza in Milano del 1630 (anche nella Repubblica di Genova peraltro i RIMEDI A BASE DI ACETO furon più praticati durante la peste del '600 che durante l'epidemia del '500) sarebbe stato composto da cera nuova once tre, olio d’oliva once due; olio di Hellera, olio di sasso, foglie di aneto, orbaghe di lauro peste, salvia, rosmarino, once mezza per ciascuno; un poco d’aceto, il tutto doveva esser bollito si da ridurlo a una pasta con la quale si sarebbero dovute ungere le narici, le tempie, i polsi e le piante dei piedi, dopo aver mangiato cipolle, aglio e bevuto aceto.
Nonostante tutti questi espedienti e le probabili dicerie loro connesse la PESTE era comunque incontenibile = generalmente in 2 - 5 giorni sopraggiungeva in quanti eran stati contagiati, o dalle PULCI del RATTO o da individui malati per via di ectoparassiti, una febbre altissima, quasi concomitante alla comparsa di linfonodi.
La violenta reazione infiammatoria, susseguente al processo di fusione dei linfonodi, generava la formazione di un "bubbone", frequentemente localizzato in sede inguinale e capace di raggiungere la dimensione di un'arancia.
Gli appestati se per cause naturali non sopravvivevano al morbo, conseguendo poi una buona immunità, eran destinati alla morte, che giungeva dopo un periodo di gran sete e disidratazione, spesso congiunte ad uno stato stuporale o confusionale.
Le processioni, che come ovunque in Italia ed Europa caratterizzarono anche il Ponente ligure, furono un rituale religioso per nulla opportuno in quanto la concentrazione di folle favoriva il contagio.
Ma in effetti a nessuno era noto contra cosa si combattesse, se si trattasse davvero di una malattia o non piuttosto di qualche premonizione d'APOCALISSE per i peccati degli uomini od ancora dello scatenamento di forze diaboliche evocate da servi malvagi di Satana.
Convinzione meno popolare di quanto si creda e che aprì la strada, ancora molto inesplorata ma sicuramente bagnata di sangue, della CACCIA A STREGHE ED UNTORI: dai fondamentali scritti di Pietro Verri (in particolare attento a sanzionare il pericolo dei contagi determinato dalle processioni devozionali) e Alessandro Manzoni si evince finalmente tra '700 ed '800 la sostanza dei fatti e la dimensione di simile tragedia umana.
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