Il "Dio osceno" è stato distrutto e non ci mancherà lo stesso coraggio contro il "Demone bianco" che, con l'aiuto della "Strega", governa ancora quella che si diceva "casa dell'acqua o delle sorgenti", quella che gli Antichi chiamavano "Terme"
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06 Agosto 2011
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Cultura in Pillole

[I COLLEGAMENTI PER NAVIGARE NEL CONTESTO DI UN'IPOTESI DI RICOSTRUZIONE STORICA]
Forse una frase simile si sparse tra la folla, dagli occhi ancora impauriti: anche tra i poveri resti di quella città romana, ai confini tra Francia e Italia, i Distruttori erano all'opera...
Distruttori, che quel giorno di pioggia sporca e di fango tremavano ancora, seppur di compiaciuto terrore, e che in qualche caso cercavano conforto tra le braccia di spose, al pari degli uomini, consunte prima del tempo da una vita di ferro.
Erano stanchi i Distruttori .... si erano mossi in un luogo temuto, fra fango e melma, l'area del lupanare, fra quelli che si giudicavano i resti di un bordello romano o, come meglio eran usi dire, della vecchia casa del piacere proibito: avevano rovinato quanto era possibile compresa l'insegna forse o comunque l'immagine di qualcosa che essi ritenevano un Dio osceno degli Antichi: ... un Dio che a dir dei pochi che oramai sapevano o ricordavano avrebbe avuto per "sacerdotessa" una donna che fu potente e perversa, alcuni la chiamavano, errando Licisca, per altri, ma ben pochi oramai ché l'oblio è implacabile destino, era, con giustezza o meglio senza ambiguità, Messalina la "puttana imperiale"!
Ma i Distruttori non avrebbero avuto tempo onde parlare, ricordare e neppure vantarsi di quanto fatto e si sarebbero rimessi al "lavoro"...un "lavoro" di cui era giunta l'ora pur tra ansie e tormenti: di lì a poco avrebbero ancora seguito il Prete là dove nessuno ardiva andare da tempo, nella grande "Casa dell'Acqua" di cui poco si sapeva, anche che se sorgeva così vicina. Perché in essa, a sentire i ricordi di qualche anziano, tra frasi incomprensibili (certo formule di magia!) incise su lastre e muri ed affreschi cadenti ma di sicuro terribili e paurosi, gli antichi, gli Idolatri, i Gentili...i nomi per essi si sprecavano e già scivolavano in storie di tenebre.... andavano a venerare i loro Dei ora diventati Demoni, immergendosi nell'acqua che, ormai scarsa e melmosa, scendeva dai monti attraverso cunicuoli entro cui di sicuro s'annidavano le forze del male cacciate dal Dio Nuovo.
"Terme .... le chiamavano così, diceva mio padre o forse il padre di mio padre, ché più non rammento: comunque era questo il nome loro, prima che i barbari saccheggiassero la città": un uomo vecchissimo si lasciò sfuggire, sputacchiando, la frase da una bocca sdentata: qualcuno fissò il cancro di rughe che segnava il suo volto, ma i più indietreggiarono come se lui conoscesse qualcosa di blasfemo....e parlandone potesse dannarli od infiacchire le loro membra.
Un giovane fece per parlare con volto irato, teneva ancora in mano una picca di ferro ed una sorta di rozzo martello già usati per sfigurare e distruggere gli oggetti antichi: ma il prete lo zittì: "Non indugiamo con vani discorsi che solo possono alimentare i dubbi: il Dio vero ci darà in ogni caso il coraggio che è necessario!".
Aveva parlato in una lingua che gli antichi non avrebbero riconosciuto: ma era ancora il latino con cui essi avevano comunicato e scritto opere eccelse, un latino povero e grezzo ora... qualcosa che l'antico Cicerone avrebbe giudicato un balbettio da orde di germani....
Il cielo cupo, la pioggia sporca e la via, sempre più fangosa, non trattennero il corteo, sparuto, dei Distruttori, che, come ombre entrarono furtivi nella "Casa dell'Acqua" mentre le donne si segnavano ... alcune strinsero a sé i bambini, presenti e con gli occhi sgranati: una serrò forte le orecchie alla sua bimbetta, magari perché il Demone Bianco, sfigurato dall'acqua santa e dai ferri benedetti, prima di svanire avrebbe senza dubbio urlata la sua rabbia e poi, magari, lanciate le sue maledizioni ...
Fra lo stupore finì invece tutto prima del previsto....i Distruttori riemersero quasi d'improvviso, e vittoriosi, dal grande rudere: uno di loro, di nome Igino, disse a voce alta perché tutti lo sentissero: "....è stato facile, il Demone Bianco nemmeno si è difeso .... è sprofondato, come la lastra che recava scritte le sue magie. Manzio eri troppo timoroso quando parlasti: nulla s'è avverato...nessuna Strega o Sibilla o Madre è giunta a difendere il suo Dio, ed io credo che nemmeno più esistano!".
Una storia arcana, raccontata anche ai bambini per tenerli lontani da quel luogo, voleva che nella candida statua romana ch' avevano abbattuta, con il piedistallo e la scritta onorifica sconciata e resa illeggibile per chi ancora sapesse leggere, un Dio, certo crudele, degli Antichi si fosse pietrificato: per ghermire, riprendendo vita nelle notti più tetre, quanti s'accostassero all'acqua ch' egli aveva custodito nei secoli .... qualcuno pensava -sulla scia di vecchi racconti svenduti per verità nel corso di qualche veglia- anche che una Strega, una di quelle che un tempo eran venerate col titolo di Madri o Sibille, potesse accorrere dall'antro boscoso in cui s'era rifugiata qualora il Dio, stancato dalla lotta, per vincere qualche battaglia dovesse evocare i dormienti suoi malvagi discepoli!
Il Prete che precedeva il corteo dei Distruttori, pregando, a quelle parole d'Igino assentì ma lo fece solo dopo un attimo o comunque con una pausa pensosa che parve eterna, nel silenzio generale: nulla egli disse ma nel suo gesto sembrava celarsi, come sospeso, un ultimo dubbio....che però faceva paura...paura vera!
E fu allora che un altro Distruttore, pur ansando per la corsa e per il timore che ancora provava, con voce stridula esclamò, celiando quasi a dissipare quel momento di dubbi inaspettati ma anche, seppur mai l'avrebbe ammasso e nemmeno a se stesso, mascherando una seria considerazione,: "Prima di abbatterlo, Igino, potevi chiedergli un'ultima magia, di curare la tua ferita!".
Colui ch'aveva parlato per primo, il giovane distruttore, che teneva la picca e il martello e che già da due giorni andava rovinando i monumenti degli antichi, si guardò la mano gonfia e bluastra, con striature rossastre, tormentata dall'infezione che l'avrebbe ucciso dopo pochi giorni e che s'era procurata in quel "lavoro".
Ed all'amico, già pentitosi d'aver detto qualcosa che il Prete avrebbe potuto giudicare una bestemmia, rispose con voce stanca "Se dovrà essere renderò l'anima al mio Dio....non voglio l'aiuto di un Diavolo e nemmeno d'una Strega -se mai ancora qualcuna vive tra questi boschi- anche nel caso che potessero guarirmi!". E dopo un attimo aggiunse, con aria malcelata d'un rimprovero ch'aveva il tono d'una domanda: "Vario! amico mio credulo, hai forse visto malie nella "Casa dell'Acqua"? hai forse udito il passo lieve d'una Strega o visti i suoi occhi, che raccontano sian ardenti come il fuoco, mentre il Demone Bianco cadeva a terra frantumandosi per sempre?"
Gli fece eco il silenzio, interrotto dai passi dei Distruttori che s'allontanavano in fretta; ma Vario, ch'aveva colto o creduto di cogliere una minaccia, ancor più che in quella domanda, nello sguardo fattosi attento del Prete, dopo un poco rispose "No....scusami fratello, perdonatemi amici: talora le parole mi scorrono dalle labbra seguendo le fila d'antiche favole".
Tutti sapevano che ai bimbi si raccontava dei Demoni e delle Streghe delle Terme e delle Fonti e che i più creduli, qual certo era giudicato Vario, avevano sin da quel tempo lontano cullato paure che comparivano talora sotto forma di incubi.....nessuno obbiettò, il Prete riprese lesto il cammino e Igino non reiterò la domanda, limitandosi a sbuffare, con una smorfia di dolore.
E Vario si rallegrò nel cuore: perché la Strega lui l'aveva vista, nell'ombra d'un cunicolo che l'aveva portato in una stanza segreta, proprio mentre gli altri eran impegnati a combattere il Demone Bianco!
Lo avrebbero certo accusato di viltà o di vana curiosità s'avessero saputo, se avesse svelato quel che vide.
Bella era invece la strega non orribile qual si diceva nelle fole: alla luce morente della sua fiaccola parevano splendere i lunghi, neri capelli che le scivolavano sulle spalle.
Si rammentò dei fremiti che dapprima lo percorsero -mai aveva visto fanciulla sì bella tra le modeste compagne della città morente- ma si ricordò anche del gelo che lo pugnalò al cuore quando s'avvide che la Strega lo fissava con occhi di cerbiatta...ma gelidi, immoti: reggendo tra le ambrate braccia un fiore di rosa selvatica.
Fu allora che riuscì a fuggirne la fascinazione dello sguardo -sì da farlo nemico degli amici- e, cosa di cui per tutta la vita ne avrebbe ringraziato il suo Dio, trovò la forza di scagliare nel nulla la face sì far calare oblio e silenzio sul male per ritornare svelto, e non visto, tra i compagni onde fingersi impegnato nelle ultime gesta dei Distruttori.
Nemmeno sul giaciglio che lo accolse morente e vecchio seppe confessare quel segreto, neppure tra le braccia della sposa osò sussurrarlo anche se qualche volta la immaginò, pentendosene al mattino, simile alla Dea del Male che lo aveva turbato: nessuno sarebbe del resto mai riuscito a convincerlo, anche se avesse parlato e se fosse esistito qualcuno capace di sciogliere l'arcano, che egli aveva visto un'Antica, in un cadente affresco d'un'epoca di splendore...un ornamento delle Terme, un ricordo poetico d'un artista di cui mai si sarebbe saputo il nome e che effigiò, per il piacere di tutti e senza saperlo per il desiderio prima e poi il terrore d'un ignoto Cristiano che sarebbe nato secoli dopo, la bellissima e crudele Neobule, proprio un istante prima d'esser falciata dal suo Archiloco, l'amante greco che fu anche "il divino poeta dal verso pungente come lo stilo"!
A Vario parve che tutto intorno a lui si fosse levato un silenzio assordante ma non se ne curò troppo....il suo nome non andava passando di bocca in bocca, come aveva temuto, e quando consolato emerse da quello stato irreale s'accorse che i passi eran più decisi, che i Distruttori procedevano su un selciato, non più sul fango che soffoca ogni rumore: il piccolo corteo aveva raggiunta la Chiesa e la folla nemmeno troppo festante...forse più di tutti era in festa il cuore di Vario giunto salvo tra la sua gente senza la nomea di vile o di blasfemo!
Fu Igino l'unico ad emettere un suono....ma era ancora un lamento mentre Smirne la pallida sua sposa lo andava ad abbracciare: un lamento ch' era un presagio di morte e conseguenza d'una immotivata paura, perchè quell'acqua di cui per superstizione aveva contribuito a distruggere la Casa un tempo, forse, l'avrebbe guarito davvero...
A molti chilometri di distanza, miglia si sarebbero dette allora, sotto un altro cielo ed un sole implacabile un carovaniere arabo condusse il suo amico cristiano, il commerciante Martino Lucensis alla vecchia casa dell'acqua che là, a Gerapoli sul Meandro, era ancora venerata come un "Santuario della Guarigione" eretto sotto gli auspici di Esculapio ed Apollo: Martino era lontano dalla Cristianità ma non credeva che tutto ciò potesse giovargli ... anzi sapeva bene che i troppi lavacri e bagni erano semmai condannati dalla sua Fede quali atti di lussuria.
Ma il piede che un cammello gli aveva rovinato era gonfio....e bluastro e gli doleva da morirne: la carne è debole pensò.... -viaggiare e commerciare per contrade estranee rende più avvezzi alle novità e alle trasgressioni- e si arrese alla speranza offertagli dall'amico pagano....
Tarish Ben Amon l'archiatra che teneva bottega alle Terme di Geropoli lo fissò a lungo, storcendo il naso per l'odore maleodorante dell'infezione .....
"Solo la Sibilla può dire qualcosa .... il male ha fatto molta strada nella tua carne" alla fine disse, sorridendo ma aggiungendo un dubbio sulle possibilità di guarigione: non sapeva che Martino comprendeva la sua lingua, pensava che il carovaniere, colui che l'aveva condotto da lui, ne traducesse, addolcendole, le parole ....
Non stava in un antro la Strega (così Martino chiamava quelle che un un tempo eran state Madri e Sibille e Profetesse)....nonostante i viaggi e le terre strane che aveva visto la paura del diverso non lo aveva del tutto abbandonato!
Si trattava d' un rudere, d'un dimenticato avamposto delle Terme, addobbato di tappeti, con un braciere di incensi che intorpidivano ed un letto di pietra al centro, ancora coperto di tappeti, ma più fini questi: la Strega nulla chiese, vedendolo avanzare strisciando la gamba e reggendosi all'amico arabo.
"Stenditi qui" -parlava in un greco rozzo e provinciale ma ben comprensibile- e mostrò il giaciglio .... poi nulla più fin dopo che tolse le bende e a lungo fissò la ferita ....
Quindi parlò ancora, ma nella sua lingua, rivolta all'arabo .... Martino comprese molto comunque, sopratutto quello che contava: "Il tuo amico è infetto, dai vermi di Medina forse, quelli che il vento rapisce alle "miniere dei disperati" e porta alle dune .... i vermi si son annidati nella piaga e si son fatti strada per la gamba: che presto marcirà .... solo l'acqua può guarirlo e per prima userai quella calda della Fonte -la più calda che troverai- e senza un tempo fissato ma finché solo un grande bubbone nero abbia raccolto tutti i vermi e il male. Poi inciderai, non hai bisogno dell'archiatra ma della lama migliore che possiedi e che certo sai usare: non curarti delle sue grida....aver pietà delle grida del paziente apre il sentiero dell'Averno: raggiungi celere la carne, e fermati solo finché essa sanguinerà nel rosso vivo della vita. Portalo poi alla Fonte tiepida che puzza....non badare all'odore acre, essa cura e pulisce per sempre .... solo così caccerai ogni traccia lasciata dai vermi: e poi dopo altri lavacri, nell'acqua fredda che ferma il sangue più ribelle, chiudi la ferita e ungila con questi balsami di mirra ed aloe....quelli che mi han portato i servi sacri dalle terre ove sorgono le Piramidi".
Martino, dopo tanto dolore e cure durate altrettanti giorni, ricordò poco di quanto avvenne, pure di ciò che volle in oro la Sibilla ..... ma tornò comunque dalle Terme a rivedere il sole: faticava a camminare ma la ferita stava chiudensosi...sanata. Il volto dell'amico che mai lo aveva lasciato e che continuava a dirgli "Hai visto il potere delle Fonti" valeva più del gesto di saputo consenso fatto dall' esoso Archiatra .....
Forse le "Terme non sono la casa del Diavolo ma di un altro Dio" pensò Martino Lucensis e subito si morse le labbra pensando d'aver bestemmiato: ignorava che lontano, lontano un "Distruttore di Terme" era morto da tempo per una malattia pari alla sua e che le acque avrebbero forse curata.....
Ma questa è un'altra storia ancora!
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