Dalla Certosa a Ventimiglia: le non banali esternazioni d'un uomo vissuto seicento anni fa!

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Siamo effimeri e talora ci esaltiamo per un riconoscimento da quattro soldi, altre volte ci arrabbiamo a morte per un apprezzamento (magari anche ingiustamente) non ricevuto: l'uomo che scrisse questa lettera/diploma quasi seicento anni fa  trattava da pari con papi ed imperatori ma mai si esaltò (nonostante i tempi cui appartenne: ma gli uomini davvero migliorano con il passar dei secoli?) e soleva ribadire ai suoi più intimi con una frase latina forse più cruda del mio riassunto ma quantomeno similare nei contenuti  "che nulla deve esaltare, nemmen ol'esser posti "da altri uomini" qual emuli di Cristo in Terra o seguaci dei Cesari,  perchè tutto passa: dalla giovinezza alla bellezza fin all'intelligenza e non di rado al potere ed alla ricchezza: l'importante è l'accettazione delle cose, nel loro ineluttabile destino, un'accettazione che spesso porta consolazione e gioia nella convinzione d'aprire strade nuove a nuove generazioni"
Ma a volte ci si dimentica di queste cose e ci si crede eterni ed immutabili, intoccabili e intangibili; talora pensare un po' meno a sè stessi e un po' di più agli altri può aiutare, aiutare certo a comprenderele altrui idee  ma anche a comprendersi ed apprezzare con giusta moderazione sia quel che si fa in proprio sia soprattutto, e senza l'astio che spesso serpeggia silente ma crudele quanto inutile, le cose buone che da altri si fanno (perchè si fanno) ed a combattere, da soli ma pure insieme ad altri,  le cose cattive (che del pari proliferano) e senza mai rinchiudersi in una inutile egoità di intenti e di convincimenti, da ignavi rifugiandosi nel comodo quanto ipocrita principio che tutto il bene sia in noi e il male nei diversi da noi!



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