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04 Febbraio 2012
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Cultura
Il benardu è un dolce tipico della cucina intemelia, è una preparazione povera come tutta la cucina del ponente ligure che rispecchia le condizioni di una zona altrettanto povera.La terra del ponente è aspra, terreni ripidi, arsi dal sole, scarsamente irrigati in cui cresce meglio il granturco (cereale originario dell’America centro meridionale) rispetto al grano, così un tempo il granturco o mais veniva spesso impiegato oltre che per l’alimentazione animale anche per quella umana.
Il benardu è un dolce nato dal “pan di polenta”, pane composto da una miscela di farina di grano e farina di mais cui vengono aggiunti altri ingredienti (zucchero, uvetta, finocchino).
Incerte sono le origini de “u benardu”, Luigino Maccario nel libro”L’alimentazione intemelia nella storia”, Ed. Alzani 2008, definisce u benardu come pandolce con polenta di origini databili al XVI secolo.
Per quanto riguarda l’origine del nome, probabilmente, rispecchia il nome Bernardo.
In dialetto, infatti, Bernardo si dice Benardu, nome proprio di persona un tempo molto diffuso nella zona dell’Intemelio per chiari motivi storici devozionali.
Nel X secolo il Conte Guido Guerra in procinto di partire per una “guerra santa” contro i Mori di Frassineto, dona all’Abate di Lerino (Abate del monastero che si trova tuttora sull’isola di Santa Margherita del piccolo arcipelago delle Isole di Lerins al largo di Cannes) un vastissimo territorio e una piccola chiesa subito fuori le mura di Ventimiglia, e il Castrum Sepulchro, Seborga.
Dalla piccola chiesa sorgerà ad opera dei monaci di Lerino una grande chiesa, San Michele, un convento e un ospedale.
I monaci di Lerino erano cistercensi e cistercense era San Bernardo, fondatore e primo Abate del Monastero di Chiaravalle, Padre e Dottore della Chiesa, quindi i monaci di San Michele avevano quale padre spirituale San Bernardo.
In onore di tale Santo i monaci intitolarono molte chiese che nel corso degli anni edificarono sui loro ampi possedimenti quali, per esempio, la cappella posta lungo la antica mulattiera che collega Airole a Collabassa, una piccola cappella presso Dolceacqua, la millenaria chiesa di Seborga.
Molte località e paesi furono intitolati al Santo di Chiaravalle, fra questi il piccolo nucleo di case sul crinale posto sotto monte Magliocca.
La frazione di San Bernardo ha una graziosa chiesuola, cappella privata , dedicata a San Bernardo, appunto, databile al XVI secolo, edificata probabilmente per volere dell’antica e nobile famiglia ventimigliese dei Porro che possedeva colà vasti terreni e una villa per i soggiorni estivi.
La zona ha un clima ideale ed è ricca d’acqua che sgorga da una fontana pochi metri sopra la villa. La famiglia Porro ha dato molti sacerdoti a Ventimiglia, possedeva un terreno a San Secondo ove fece edificare una cappella dedicata al Martire Protettore di Ventimiglia; il Canonico Antonio Porro nel 1650 donò una sua casa alla confraternita dei “Neri” per edificarvi un oratorio.
Tornando alla etimologia del “benardu”, il 20 agosto cade la festa patronale di San Bernardo e da sempre è tradizione onorare il Santo con grandi festeggiamenti.
Un tempo la notte della vigila si usava preparare grandi falò e, in segno di rispetto e partecipazione da Roverino, da Case Boi, dai Due Camini rispondevano con altrettanti falò.
Si illuminavano anche le vie che percorreva la processione in notturna preparando piccoli lumi a olio d’oliva ricavati dal guscio delle “lumache” e posti nelle fessure dei “maixei”.
Non mancavano le musiche, i balli vicino alla fontana, i pranzi e… le grandi bevute.
Ecco che, forse u benardu deve il suo nome proprio a queste occasioni: era un dolce che veniva preparato nella cumarca dai Sanbenardin proprio in occasione della festa patronale, in onore del loro Santo Protettore.
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